La pet-therapist con una marcia in più

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La pet-therapist con una marcia in più

Il suo cane e il suo gatto l’accompagnano ovunque

Gli animali, fin dall’infanzia, sono tutto il suo mondo. Poi, crescendo, ha orientato nella loro direzione i suoi studi e la sua professione, scegliendo di laurearsi in scienze dell’educazione presso Università degli Studi di Milano – Bicocca. Dopo la laurea, ha seguito un corso di pet therapy  con approccio cognitivo zooantropologico presso l’associazione Spazio per noi. Attualmente lavora presso la cooperativa sociale onlus Tempo per l’infanzia e presso il Manara Medical Center di Milano. Con queste premesse non potevamo non intervistarla ed ecco le risposte di Elena Sposito, questo il suo nome, alle nostre domande.

Un cane e un gatto sono il biglietto da visita che suscita l’attenzione dei visitatori sulla tua bacheca di Facebook. Questo significa che gli animali non sono solo i protagonisti del tuo lavoro ma anche della tua vita quotidiana?
Si, certamente. Vivo con il mio gatto Oliver e la mia cagnolina Belle. Ovunque vado entrambi vengono con me, non soltanto al lavoro ma anche a casa degli amici, al parco ecc. Oliver viene con me e Belle in aree verdi, in sicurezza, anche lui col guinzaglio. Vivo in città ma le esigenze etologiche del gatto vanno rispettate come correre, arrampicarsi… Esperienze che in appartamento non si possono certamente fare.

 Il tuo amore e il tuo savoir faire con gli amici a 4zampe è una dote innata che hai semplicemente coltivato con lo studio e affinato con la pratica del lavoro, oppure è stata una conquista?
Fin da piccola ho vissuto circondata da animali. I miei nonni materni avevano una fattoria in campagna, a Torre le Nocelle, in provincia di Avellino. Così sono cresciuta potendo conoscere da vicino davvero il mondo animale. Da bambina ero considerata strana, perché restavo ore ed ore con gli animali ad osservarli e ad interagire con loro. C’era chi mi soprannominava il “pifferaio magico”, chi  “San Francesco”. Non so come dire, è stata dura per me far comprendere il modo che avevo di entrare in relazione con gli animali. Ero una bambina attenta, capace di silenzi e di ascolto. Quando, però, ponevo domande agli adulti per capire, ad esempio, perché gli animali venissero sfruttati, non ricevevo risposte capaci di placare il desiderio del mio cuore. Diciamo che la maggior parte delle risposte le ho trovate diventando io stessa adulta e non sono state positive. Oggi mi considero una piccolo faro nel mare. Una luce che cerca altri fari per poter illuminare smisuratamente il mare di quelle menti ancora antropocentrate e lontane dal mondo animale.

La pet therapy: in cosa esiste esattamente? Puoi darne una definizione chiara e concisa per i nostri lettori?
La pet therapy è un intervento co-terapeutico mirato, che si avvale della relazione con l’animale domestico, della sua collaborazione, per promuovere il benessere dei soggetti coinvolti in attività o terapie, al fine di facilitare i processi educativi o terapeutici messi già in atto. L’ambito di intervento è progettato attorno alle esigenze specifiche della persona o dei gruppi designati, costruendo dei progetti ad hoc con i referenti delle strutture, con una equipe multiprofessionale.

Il termine pet therapy si riferisce solo all’impiego degli animali nella cura delle persone, oppure anche alla cura degli animali stessi?
Assolutamente anche alla cura degli animali stessi. Prerequisito per ogni progetto di pet-therapy è che il cane o gatto coinvolto siano in perfette condizioni igienico-sanitarie, con libretto sanitario conforme, perfettamente socializzato con l’uomo, senza problemi comportamentali, un cane o gatto adulto che abbia fatto molte esperienze nella sua vita. E’ fondamentale che l’animale sia assicurato e che tale assicurazione sia in corso d’abilità, che sia stato valutato da un medico veterinario comportamentalista. Durante le sedute viene monitorato il grado di stress del pet, attraverso griglie d’osservazione e visite mediche veterinarie calendarizzate. Inoltre, noi lavoriamo rigorosamente in equipe e richiediamo di filmare ogni singola seduta, perché non lasciamo mai le nostre coppie pet-partner da sole. Una intera equipe di professionisti monitora che sia il pet che l’operatore che conduce la seduta stiano bene. Lavoriamo con pazienti oncologici, bambini affetti da gravi patologie ed anziani malati di Alzheimer. Un lavoro di pet therapy serio, deve avvalersi della presenza di almeno uno psicologo, un veterinario zoiatra e di un veterinario comportamentalista, che supportano l’operato di tutte le coppie pet partner.

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E’ vero che i nostri amici pelosi hanno, come si dice comunemente, un carattere, un temperamento e delle simpatie e/o antipatie al pari di noi?

Si, certamente, infatti noi stessi formiamo le coppie operatore-animale e le scegliamo per le sedute, non soltanto in base alle caratteristiche delle persone, ma e soprattutto in base al carattere dell’animale. Se il cane ama i gatti va in seduta con i gatti, se preferisce solo le persone allora farà sedute individuali, se adora lavorare in gruppo allora gli si affiancano altri cani. Lo stesso vale per la sua preferenza del fruitore. Se è un pet che predilige gli anziani verrà coinvolto in attività con malati di Alzheimer, se adora i bambini allora andrà nelle scuole ecc.

Ed è vero che anche loro possono essere stressati dal ritmo di vita frenetico o da traumi, choc, paure?

Chiaramente si. Esattamente come noi, gli animali provano dei sentimenti come la gioia, la paura ecc. Per cui non si può assolutamente coinvolgere un pet che si spaventa di rumori forti, o delle stampelle, sedie a rotelle ecc. Collaborare in pet therapy con un animale, significa avere un pet perfettamente equilibrato e sicuro di sé, con grande bagaglio esperienziale assolutamente positivo.

Cosa consigli alle persone che hanno una incontrollabile paura deli animali? E’ vero che è difficile superarla e che alcuni non ci riescono mai?

Si ha paura di ciò che non si conosce. E’ così per tutte le cose della vita. Si teme e si evita qualcuno, qualcosa o una situazione perché non chiara e lontana dalla propria esperienza e realtà. Il mio consiglio è quello di “mettersi in gioco” provando a conoscere il diverso, “l’altro da sé”. Gli animali comunicano con un linguaggio diverso dal nostro. Provare ad iniziare a conoscere questo linguaggio è un passo decisivo per il cambiamento. Ovviamente poi bisogna anche capire da cosa sia scaturita la paura, se solo dalla non conoscenza o perché si è subito un trauma. A quel punto il lavoro da fare è sicuramente più lungo, ma con amore, pazienza, coerenza nelle azioni e supporto dei giusti professionisti anche la persona traumatizzata può guarire.

Ti è mai capitato di dover rinunciare a curare una persona con la pet therapy a causa della paura di quest’ultima?
No, anzi. Ad esempio mi è capitato di lavorare con la mia equipe, con un bambino di nove anni, affetto da tetraparesi spastica. Un bambino che poteva comunicare solo utilizzando le CAA (comunicazione aumentativa alternativa), quindi solo attraverso immagini. Questo bambino gridava quando vedeva un cane per strada, allora la madre ci ha chiesto di lavorare con lui per il superamento delle sue paure. Dopo mesi e mesi di lavoro d’equipe, il bambino è riuscito a sdraiarsi a terra con la sua insegnante di sostegno e ad accarezzare un nostro cane (che ovviamente non si spaventava e non fuggiva davanti alle grida). Verso la fine del percorso, non soltanto il bambino aveva smesso di gridare e sorrideva, ma aveva anche cercato spontaneamente il contatto con il cane pur di accarezzarlo. Abbiamo ovviamente videoregistrato le sedute, per cui è tutto materiale debitamente documentato e visionabile.

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Quale è stato l’episodio più bello e quale quello più brutto nell’esercizio della tua professione?

Di momenti belli ce ne sono tantissimi. Faccio il lavoro più bello del mondo! Sono un’educatrice professionale che ha avuto l’opportunità di conciliare il suo amore per gli animali con la sua professione. Formo le persone, lavoro sul campo con animali eccezionali ed ho la fortuna di collaborare con molti professionisti in gamba ed umili. Non mi fermo mai, la formazione è continua e soprattutto sul campo. I momenti tristi che ho vissuto sono stati gli incontri sbagliati, con le persone sanguisuga o meglio con i “vampiri” che ti succhiano l’energia e che poi nell’atto pratico restano antropocentrati e non “vedono” i propri pet. Questo mi ha reso e mi rende molto triste. Ma il mondo è grande… Continuerò ad essere il piccolo faro nel mare, nonostante le intemperie della vita.

E per concludere, tu eserciti la tua professione a Milano, come definiresti il milanese-tipo? Amante degli animali e capace di trattarli correttamente, oppure no? E in quest’ultimo caso quali sono gli errori che più comunemente tende a ripetere nel rapporto con i quattro zampe?

Dunque, il milanese tipo è un soggetto un po’ particolare, perché vede il gatto come un animale domestico che ama la casa e che solo in casa deve restare, dimenticandosi i bisogni etologici del gatto, che non dimentichiamoci è un felino. Molte persone scelgono di vivere con un gatto perché considerato meno impegnativo del cane. Vivere con un essere vivente significa, però, conoscerlo sul serio e rispettare la sua natura. Per quanto riguarda il cane, invece, spesso le persone pensano che portarlo fuori tre o quattro volte al giorno per espletare i bisogni fisiologici possa bastare. Poi quando approfondisci e chiedi ( spesso ti basta anche solo osservare la gente per le strade) ti rendi conto che la passeggiata non è mai del cane e strutturata per il cane. Le persone sono al telefono e non lo guardano, lo tirano, strattonano e non aspettano che il cane possa annusare con calma, giocare con i propri simili. Non si guarda il mondo con gli occhi del cane, ma sempre con i propri. I nostri pet ci regalano tantissimo, si donano a noi molto, consolandoci quando siamo tristi, vivendo con noi e con i nostri umori. Neruda aveva scritto diverse poesie sugli animali, qui voglio ricordare “l’ode al cane”, “l’ode al gatto” ed ora invito le persone a leggerle, con calma, con a fianco il proprio pet e di mettersi una mano sul cuore.

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